dživibbé romanés – esistenza zingara

Scheda storica tratta dalla pubblicazione: Melfi. Guida della città.

Il preside che vorrei.

Francesco Verderosa

Dirigente Scolastico

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Il CPIA 1 di Roma collabora al Progetto Nazionale per l’inclusione e l’integrazione dei bambini rom sinti e caminanti. Si ritiene opportuno in merito condividere una scheda storica pubblicata nel 2013 nel libro Melfi. Guida della città, di cui Francesco Verderosa è tra gli autori.

Si invitano tutti coloro che avessero bisogno di un titolo di studio di 1° livello (3^ media) a venire a studiare al CPIA 1. Per prenotare un appuntamento con il preside si può cliccare questo collegamento (link).

Oggi, per correttezza politica, dobbiamo usare il nome Rom, che nella lingua romanés, originaria dell’India, significa uomo, anche se per rispetto della tradizione popolare melfitana sarebbe opportuno dire, e dirlo con orgoglio, zingari!
Una vecchia storia narra che nel luglio dell’anno 1422 un popolo errante al seguito del duca Andrea del Piccolo Egitto (territorio del Peloponneso, in Grecia) venne accolto entro i confini italiani e da allora condusse la propria vita nomade di artigianato itinerante, commercio, musica, divinazione e furfanteria nella penisola, protetto da lettere di accompagnamento e salvacondotti papali e imperiali. Più plausibile pare che i Rom nel Sud Italia siano arrivati assieme agli albanesi e ai greci ortodossi per cercare scampo nel Cinquecento dall’offensiva dei Turchi Ottomani contro l’Impero bizantino.
A differenza dei nomadi attuali, anch’essi profughi da una guerra nei Balcani ma solo da vent’anni a questa parte, gli zingari nostrani, un tempo detti “gizi” (egizi, gipsy), sono da secoli indigeni e secondo alcuni storici la loro prima attestazione in Italia risale all’Alto Medioevo.
La presenza degli Zingari nel Vulture Melfese è accertata a partire dal Seicento, quando il vescovo di Melfi, Deodato Scaglia, vietò loro di battezzare i propri figli immergendoli per tre volte nell’acqua di fiume. Non a caso un’etimologia corrente fa derivare la parola zingari dal nome greco degli Athinganoi, setta di stregoni eretici ai tempi dell’Impero bizantino.
La Chiesa di allora non paventava tanto malefatte o furti (abusus vero rapinas) dei Cingari (così suona il loro nome in latino) quanto “divinationes, manuum inspectiones ac depravatos eorum mores“, cioè oroscopi, chiromanzia e altre abitudini peccaminose.
Essi girovagavano per tutto il Reame di Napoli, dagli Abruzzi alla Sicilia, seguendo il ritmo delle fiere che in ogni città scandivano il calendario, fornendo occasioni di profitto e incontro tra i diversi gruppi di Rom itineranti.
A Melfi molte famiglie rom decisero di passare dal nomadismo alla vita sedentaria, forse grazie alla possibilità di trarre di che vivere durante le numerose fiere lungo tutto l’arco dell’anno e alla centralità del luogo, adatto come base di partenza per frequentare vari mercati e favorevole all’esercizio del commercio di asini, muli e cavalli.
Gli zingari furono a lungo oggetto di sospetto, a causa della loro attitudine al borseggio e al raggiro, ma nel contempo di rispetto, per la loro capacita di auto-tutelare la propria comunità, anche con mezzi violenti quali la vendetta, e ammirazione, poiché erano dotati di un folklore affascinante e misterioso, con danze esuberanti, usi coloriti e sfarzose tradizioni matrimoniali e funerarie: le feste nuziali duravano più giorni e durante i funerali la bara era portata su una lussuosa carrozza tirata dai migliori cavalli, preceduti dalla banda musicale.
Notizie certe di Rom che a Melfi abitavano case di pietra, anziché tende o carri, si hanno a partire dal 1840, nonostante il proverbio “Ni khère prù Rom a si sàre ni shtaribbè pru kaggiò“, una casa per lo zingaro è come un carcere per il caggio (il non zingaro). Ma l’insediamento stabile a Melfi dovette essere più antico, facilitato dal Gherùsh, la “cacciata” degli Ebrei dall’Italia del Sud a metà del XVI secolo. Originariamente gli zingari abitarono il rione di via Bagno, che precedentemente costituiva la giudecca melfitana, fino a quando l’inaugurazione dell’edilizia popolare nel Quartiere Valleverde non gli permise di estendere la loro presenza in altre zone della città.
Pare infatti che l’insediamento dei Rom a Melfi fosse regolamentato da leggi non scritte ma ferree, come quella di riunirsi e sostare in Largo Mercato ma non spingersi al di sopra della Chiesa del Carmine, poiché il rione Santa Maria era riservato al passeggio dei notabili locali (ai “contadini”, invece, era riservato il piazzale del Vescovado).
Gli abitanti non-rom del rione Bagni si vantavano, inoltre, di poter lasciare le porte di casa aperte e di non temere alcun furto, poiché i Rom avevano un forte senso di rispetto per il vicinato; spesso si instauravano rapporti di stretta amicizia, tanto che a partire dal 1802 sono conservati certificati di battesimo nei quali si attesta che bambini rom avevano spesso padrini e madrine caggé. Il comparaggio per i rom era un vincolo inviolabile: “A xoxavèppe u dat ta i daj innà li khirivè“, si possono tradire il padre e la madre, mai i compari.
Se da un lato gli zingari trovarono naturale il sodalizio con gli umili, tutt’altro era il loro atteggiamento nei confronti della Legge che con regole e imposizioni limitava il loro attaccamento alla libertà, e della Scuola, che con la pretesa di insegnare una cultura scritta era vista come un tentativo di snaturare la civiltà Rom, da sempre fondata sull’oralità, come spiega il poeta rom Santino Spinelli: “De ki li čavé / li lav di li dat / ta či ndre tem / u dživibbé romanés! “, reca ai figli / le parole dei padri / e scolpisci nel tempo / l’esistenza zingara!
Oggi queste cose sono quasi dimenticate e si trovano per lo più sui libri e nelle immagini d’epoca, poiché la comunità zingara melfitana si è amalgamata al resto della cittadinanza, diluendo una diversità sempre meno percepita, per la duplice ragione di un imborghesimento dei Rom (molti sono laureati e lavorano nell’imprenditoria o nelle pubbliche amministrazioni) e di un altissimo tasso di matrimoni misti, per cui molti melfitani possono vantare almeno un congiunto o un parente, se non un quarto di di sangue zingaro.

-a cura di Francesco Verderosa-

Per approfondire:
1) Boccia Jessica – Tartaglia Mauro, La comunità rom di Melfi. Le radici di un popolo errante, Editore     Franco Angeli, Milano 2002
2) Giuseppe Maria Viscardi, Tra Europa e «Indie di quaggiù». Chiesa, religiosità e cultura popolare del Mezzogiorno (secoli XV – XIX), Ed. di Storia e Letteratura, Roma 2005

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